Ossimori
Ossimori
Non appena il mio tutor a scuola esordisce con le parole “quando comincerete a far ricerca in università…” è l’inizio di un discorso senza fine. Quello secondo cui entrando a far parte di un gruppo, di un qualsiasi gruppo (in questo caso il team di ricerca) si entra in una famiglia. E non ci sarebbe nulla di male, anzi.
È bello sapere di entrare a far parte di un ambiente in cui si viene considerati, rispettati, ascoltati, supportati. Ma, si sa, in una famiglia non tutto è rose e fiori. Quantomeno se il capofamiglia è uno come il suddetto tutor.
Entrare in una famiglia significa rispettarne i membri, sì, ma soprattutto accettarne le regole, fino alle più piccole. Come bussare due volte (non di più e non di meno) alla porta del professore con cui si desidera parlare. Come dover mangiare insieme se così è abitudine, come dover partecipare alle uscite di famiglia, sempre e comunque. Perché una volta dentro la famiglia bisogna diventarne completamente parte.
Altrimenti potrebbero sorgere dei problemi. Altrimenti la famiglia potrebbe non riconoscerti più come suo membro. Altrimenti la famiglia potrebbe ricacciarti fuori.
Il Giappone è uno strano paese.
Mai avrei pensato.
No.
Teoricamente lo ritenevo possibile, ma non pensavo di trovarmelo davanti agli occhi.
Eccolo, nella zona dove vengono lasciati volantini ed opuscoli ad uso degli studenti universitari:

Un opuscolo la cui prima pagina dice “Se la voglia di morire diventa più forte (o se chi ti sta vicino mostra questi segnali). Per la prevenzione al suicidio”, promosso e distribuito dall’Università di Tokyo.
Il che la dice lunga sulla condizione di molti studenti se si è reso necessario distribuire addirittura degli opuscoli. Pare che siano molti gli studenti che non reggono alla pressione dell’esame d’ingresso all’università. Spesso, poi, una volta dentro la voglia di studiare cala, ma la competizione con gli altri studenti aumenta, come aumenta la sensazione di non essere all’altezza del risultato raggiunto. E aumenta così la disperazione.
Il suicidio è all’ordine del giorno. Uno degli incidenti più frequenti che provocano ritardi dei treno è il cosiddetto 自身事故 (jishin jiko), ovvero un incidente (qui: 事故 jiko) che comporta il ferimento o la morte di una persona (qui: 自身 jishin). Come fosse la cosa più normale del mondo, se ho un esame o un colloquio c’è sempre almeno un giapponese che mi dice: “Quel giorno esci presto perché se capita un 自身事故 non arrivi in tempo” …
Che dire.
Ritornando all’opuscolo, ovviamente in questo più che in altri casi vale il prevenire è meglio che curare, resta però un sorriso amaro nel vedere come l’università ti dia il suo benvenuto.
Ah, io l’opuscolo – comunque – me lo sono portato a casa.
Ecco un post che tutti scrivono, ma che io avrei volentieri evitato.
Dopo un anno e qualche mese di permanenza a Tokyo questa mattina, purtroppo, è capitata anche a me la malaugurata esperienza del treno-dell’ora-di-punta.
Ero riuscita ad evitarlo fino ad ora. Ma prima o poi deve capitare a tutti.
Sono bastati 10 minuti di ritardo sulla mia solita tabella di marcia per incappare nell’orrore mattutino. Scendo le scale della metropolitana e vedo un fiume di gente aspettare il treno. Lascio passare il primo e mi avvicino al punto in cui, alla stazione del cambio, troverò la scala per il treno successivo. Strano vedere come anche lasciandone passare uno nulla cambi e il fiume di gente rimanga invariato.
Mi posiziono in fila. Perché, ovviamente, tutti stanno perfettamente in fila ad aspettare e restano perfettamente in fila mentre i passeggeri scendono prima di salire.
Questo ordine però è inevitabilmente e inquietantemente ribaltato all’arrivo del treno-dell’ora-di-punta.
Mi era capitato di vedere foto e video. Posso testimoniare che è davvero così.
La gente si accalca, spinge all’inverosimile per riuscire a prendere il treno che la deporterà al lavoro.
Ho lasciato passare due metropolitane, sperando invano che la situazione migliorasse, osservando sbigottita i dipendenti di Tokyo Metro spingere i passeggeri all’interno del convoglio. Lo sbigottimento non era solo per l’assurdità di quella scena quotidiana che mi si palesava davanti, ma anche nel modo in cui gli omini di Tokyo Metro facevano il loro lavoro: spingevano chiedendo scusa nel caso avessero usato maniere troppo rudi. Ne ho visto uno sistemare addirittura il cappuccio di un passeggero, piegarlo e riporlo nell’interno del giaccone…
E poi… E poi è arrivato il mio momento.
Ho aspettato di essere la prima della fila per entrare, per evitare di essere schiacciata prima dagli omini di Tokyo Metro e poi dal vetro della porta del treno. Ma è stato un errore.
In realtà, a meno di salire al capolinea e riuscire ad accaparrarsi un posto a sedere (e non è poi sicuro che si riesca ad uscirne indenni), non si è al sicuro da nessuna parte.
Prima di salire è consigliabile, se si sta ascoltando della musica, assicurarsi di ascoltare qualcosa di piacevole ed evitare il rischio di incappare in una canzone che proprio non si vuole sentire. Sarà impossibile muovere qualunque muscolo, impensabile sperare di mettere la mano in tasca per cambiare canzone. Stare attenti agli auricolari, potrebbero venir strappati dalle orecchie. Ma fare soprattutto attenzione alla sciarpa.
Ho rischiato di essere strozzata. Più volte.
Me ne devo ricordare.
Ad un certo punto raggiungo una postazione che pensavo fosse privilegiata: mi sono posizionata davanti ad un passeggero seduto. Postazione che comporta diversi vantaggi:
1) Evitare il rischio di un contatto ravvicinatissimo con faccia, bocca, capelli, orecchie, collo o qualunque parte del corpo del vicino ad altezza naso-occhi. Cosa che – a seconda del vicino – potrebbe rivelarsi particolarmente spiacevole dato che il vicino sul treno-dell’ora-di-punta è davvero, davvero e direi ancora davvero molto vicino.
2) Avere un punto saldo di appoggio che siano le manopole o le aste a cui sono attaccate le manopole.
Raggiunta la postazione non avevo calcolato un importante particolare: lo spazio libero da persone e pieno di aria fresca (quantomeno in relazione al carnaio della terra di nessuno davanti alle porte) fa di colui che pensa di aver trovato un posto privilegiato l’ultimo baluardo prima delle poltroncine. Questo significa: avere un muro di persone che ti spingono da ogni parte, persone che devi reggere per evitare di cadere su chi è beatamente seduto e, incurante dello sforzo che fai per non perdere presa sulla manopola e dell’acido lattico che ti stai facendo venire ai muscoli del braccio al fine di non franargli addosso con persone contigue a seguito, continua incurante a leggere.
Anche scendere non è stato semplice… Uscire incolume, con tutti gli averi addosso, senza perdere pezzi per strada, né essere soffocati (di nuovo) dalla sciarpa che rimane incastrata tra la spalla e il gomito di altri due passeggeri ha del miracoloso.
Dalla prossima volta in università ci vado in bici.
In Giappone non c’è il nostro “illuminato” (almeno secondo un mio studente) sistema del ‘medico di famiglia’ perciò le persone, quando stanno male, vanno direttamente in ospedale, o nelle piccole cliniche sparse un po’ dappertutto.
Quindi ho dovuto fare così anche io, sperimentando file lunghissime di vecchini addormentati sulle poltrone ad aspettare il proprio turno. Finisce dunque che un medico non abbia un numero di pazienti fisso e regolare da visitare, ma che tutti si affollino all’ospedale ed il medico, oberato di lavoro, non abbia il tempo di dare la giusta attenzione ad ognuno di loro.
Io ci sono andata perché avevo male ad un orecchio e non ci sentivo bene. Beh, per un’infiammazione mi sono ritrovata con una cura di una settimana composta di: antidolorifici, antibiotici e medicine per lo stomaco (nel caso in cui gli antibiotici mi avessero provocato effetti collaterali) e goccine:
Mi è sembrata una quantità eccessiva di farmaci, ma ho preso il malloppo, ho pagato e sono tornata a casa.
Quando poi ho raccontato l’episodio al mio studente medico, lo stesso citato sopra, mi ha detto che la tendenza a dare tutte queste medicine è dovuta proprio al fatto che ci siano pochi medici e troppi pazienti e il medico, per far sentire il paziente preso in carico, tende a dargli molti farmaci per compensare il tempo che non può dedicargli.
-.-
Bel modo di concepire la cura.
P.S. Soprattutto perché poi le medicine si pagano.
Ultimamente mi sento ripetere che ho degli atteggiamenti simili a quelli dei giapponesi.
Che sia per come porto le ordinazioni ai clienti, che sia perché quando al ristorante entra qualcuno che conosco dico “こんばんは (buonasera)” mentre il cuoco dice “ciao”, che sia perché non ho un minuto libero durante la settimana[1] o perché semplicemente ho i capelli scuri (secondo molti clienti, evidentemente, è una peculiarità essenzialmente giapponese ed, evidentemente, l’aspetto a volte condiziona il giudizio sul comportamento…); ma il fatto che io ad alcuni habitus oramai mi sia assuefatta, beh, è cosa certa.
Me ne sono resa conto in modo lampante ieri quando, ai tornelli di uscita della metropolitana vicino alla stazione di casa mia, ho avuto un quasi scontro con un ragazzo palesemente occidentale[2]. Entrambi cerchiamo di uscire e ci scontriamo. Lui mi guarda e, inchinandosi, mi chiede scusa in giapponese e io, inchinandomi e sventolando la mano davanti al viso, mi scuso a mia volta. Mi inchino e chiedo scusa, lo faccio anch’io di continuo.
[Magari ci saranno altre occasioni per parlare del significato del “chiedere scusa”]
Questi sono codici di comportamento che diventano talmente automatici da essere usati anche quando incontro qualcuno che come me viene dall’altra parte del mondo. Evidentemente ciò che avevamo in comune io e il ragazzo in metropolitana non era più l’essere stranieri (forse proprio perché lo eravamo entrambi), ma il codice di comportamento sociale giapponese. C’è chi mi prenderebbe in giro per questo – come quando parlo in giapponese con la mia compagna di classe francese –, ma in un certo modo anche il mio atteggiamento è cambiato. Non solo quando sono al lavoro o esco con amici giapponesi per cui comportarsi secondo certi canoni è la regola (che non si intenda qui “la regola” come un obbligo o un’etichetta, anche se poi in molti casi lo è davvero, ma un normale modo di comportarsi), ma lo diventa, la regola, anche quando mi trovo con altri stranieri o con gli stessi amici italiani.
Che si riesca davvero ad abituarsi a tutto?
P.S. A volte riuscire ad apprezzare nell’immediato alcune cose che per i giapponesi sono normali non è però così destabilizzante. Capita, infatti, anche con le cose belle. Ieri, ad esempio, mentre ero a lezione in università e il professore spiegava come fosse mutato il significato del termine ukiyo dal periodo Heian al periodo Tokugawa, mi sono voltata verso la finestra e nel vedere le foglie gialle del ginko biloba cadere dai rami, oltre a coglierne la bellezza, ho trovato quella scena molto più adatta a mostrare la nuova accezione di ukiyo di quanto lo fossero le parole del professore.

Questo quello che, più o meno, si vedeva dalla finestra dell’aula.
[1] Più volte, quando racconto dei miei tre バイト vengo presa in giro e mi sento dire: “Peggio dei giapponesi”…
[2] Ovvero biondo e con gli occhi azzurri. Il “palesemente” è riferito al giudizio estetico di cui sopra che i clienti mi attribuiscono se mi rivolgono solo uno sguardo veloce.
Si dice che i giapponesi non dicano direttamente la loro opinione.
E in moltissime occasioni mi sono resa conto di quanto sia vero. Le risposte dirette sono, per chi non è mai stato all’estero o a contatto con una cultura straniera, praticamente impossibili. Mi viene sempre in mente quello che tempo fa mi disse Aria (che magari sta leggendo) parlando del suo ragazzo: “Se voglio che mi risponda ‘sì’ o ‘no’ devo fargli la domanda in inglese” !
Se nelle relazioni tra amici questa cosa viene meno, nei rapporti di lavoro è invece molto più evidente e interpretare (perché per me è di questo che si tratta) ogni volta quello che viene detto, capire se chi ti sta parlando pensa davvero ciò che sta dicendo oppure no, capire se quello che ti dice è per cortesia, per etichetta, per non ferire i tuoi sentimenti o chissà cosa… è davvero stressante. Soprattutto per chi viene da una cultura completamente diversa dove le discussioni, anche animate, sono all’ordine del giorno.
C’è chi dice, anche tra i giapponesi stessi, che questo aspetto li rende falsi e chi dice invece che questo modo di fare dipende dall’estremo rispetto per colui che si ha davanti. Dire le cose in modo diretto e brusco non tiene conto dello stato d’animo di chi si ha di fronte, ma è la presa di posizione egoistica del parlante.
Quando provo a dire che, per me, dire le cose in modo diretto spesso è proprio nell’interesse di chi ho di fronte, in quanto evita malintesi ed incomprensioni che potrebbero anch’esse, a posteriori, ferire i sentimenti dell’interlocutore, beh, mi si dice che questo dipende dalla differenza di culture. E spesso il discorso finisce lì.
Questo a supporto di alcune tesi secondo cui i giapponesi non amano intavolare dibattiti (il che li porterebbe ad essere carenti nella capacità di argomentazione delle proprie idee), caratteristica ancora una volta a sostegno dell’idea per cui è meglio mantenere l’armonia all’interno della relazione (armonia che sembrerebbe diventare il contrario di scambio [scontro?] di idee) piuttosto che sbilanciarsi e dire qualcosa di “sbagliato”[1].
[1] Mi ha sempre fatto effetto il fatto che in giapponese 違う (chigau) comprenda tra i suoi significati sia “diverso”, sia “sbagliato”.
La meticolosità giapponese pare sia cosa rinomata. Il mio capo al ristorante mi ripete continuamente la differenza in cucina tra gli italiani, che “tagliano alla buona” gli ingredienti e li versano “ad occhio” nella padella, e i colleghi d’oltre oceano che potrebbero decidere di misurare e pesare il trito per il soffritto tanto devono essere perfettamente conformi alla regola.
A scuola il segretario si ostina a mandarmi mail per la pianificazione degli orari delle lezioni nonostante io sia due metri da lui e potremmo benissimo metterci d’accordo a voce. La regola impone la mail? Mandiamo la mail.
Ma… Appena un ingranaggio del meccanismo si inceppa, tutto crolla e quello che ne deriva è un pasticcio in cui la meticolosità si perde inesorabilmente per strada…
Un fantastico esempio? Il “frigorifero sulla mensola” montato qualche mese fa in izakaya.
Eccolo:
Per portare, pulire e montare questo fantastico frigorifero sono arrivati in 4, tutta la mini kaisha al completo: il capo-dell’équipe, il vice-del-capo, il baito[1] (ovvero: l’ultimo anello della catena) e la segretaria (in salopette, evidentemente la tenuta da lavoro, lavoro che però non ha svolto).
Tutti pronti a montare il frigo, quindi.
Peccato che… la larghezza della mensola non equivalesse a quella del frigo… che fare?
Il mio suggerimento è stato quello di tagliare il compensato che funge da finta-parete-in-legno e che stacca di circa 5 cm la vera parete in cemento. Così facendo anche il frigo, e i piedini del frigo, si sarebbero potuti appoggiare tranquillamente alla mensola.
Ma… problema: non avendo preventivato questo ostacolo la fantastica équipe non era dotata degli strumenti giusti se non di un minuscolo seghetto con cui il capo (che viste le difficoltà aveva preso il controllo della situazione lasciando il baito fuori dal negozio a pulire l’elettrodomestico che, in quanto usato, non era propriamente pulito) ha impiegato credo 20 minuti per segare un minuscolo rettangolino di compensato prima di abbandonare l’idea recuperare lo spazio da dietro.
A questo punto non è restata altra soluzione che tagliare dei “cubetti” di legno alti quanto i piedini per far poggiare il frigorifero alla stessa altezza in tutti i punti.
La misurazione dei piedini e il procedimento messo in atto per tagliarli è stato uno spettacolo irripetibile: misure raffazzonate (altro che precisione millimetrica) e uso del seghetto che un bambino avrebbe fatto meglio.
Dopo vari tentativi andati a buca vengono finalmente inchiodati i cubetti alla mensola. A questo punto io pongo un altro problema: dentro al frigo, che già non è leggero, saranno messi bicchieri e bevande… la mensola sarà in grado di reggerlo?
Appena sollevato il dubbio il mio capo dice: “Ah, non avevo pensato al peso” (Io: “… (-.-)”) Ma fortunatamente il capo-dell’équipe si era già messo all’opera con metro e seghetto per produrre un paletto che avrebbe sostenuto la mensola da sotto.
Ecco il risultato di 2 ore di lavoro di 4 persone:

Una volta terminate le operazioni, tutti contenti del loro lavoro, il mio capo, il capo-dell’équipe, il vice-del-capo-dell’équipe, la segretaria e il baito mi chiedono cosa ne penso e al mio “Sinceramente? Non mi sembra molto stabile”… le loro espressioni riflettevano un misto di smarrimento, incredulità e disprezzo.
[1] バイト (baito), da アルバイト (arubaito, trascrizione secondo le regole fonetiche giapponesi del verbo tedesco arbeiten, lavorare). Riferendomi al lavorante dico baito perché è così che il capo si esprime quando si riferisce a lui. È anche così che il mio capo in izakaya si riferisce a me parlando con i clienti: そっち、バイトです (:socchi baito desu, dove “socchi”, più che indicare la persona, indica letteralmente il luogo in cui si trova la persona di cui si sta parlando, che di fatto si trova accanto a noi; e dove “baito desu” significa: è il baito. Per la serie: siamo i ruoli che ricopriamo).
Non mi è mai capitato di somigliare a qualcuno. Ora invece sono perseguitata. Da lei. Angela Aki.

Non passa giorno che, in izakaya, non mi si dica: “Hey somigli ad Angela Aki, lo sai?”. A volte poi devo subire la tortura di essere chiamata Angela per il resto della sera dai clienti più simpatici… Una volta uno mi ha addirittura detto “Prima di entrare ho guardato dentro e pensavo fossi davvero lei” (-.-). Ma la cosa più assurda è che ora quasi mi sembra strano che la gente non si accorga della somiglianza dato che me ne sono convinta pure io.
Altra cosa strana: in izakaya me lo ripetono continuamente, al ristorante non me lo ha mai detto nessuno. Chissà perché.
A lezione con una studentessa mi trovo a fare il ripasso della formazione del plurale dei nomi e degli articoli prendendo come esempio un お土産 (“omiyage”, cioè un souvenir) che la studentessa aveva portato al preside della scuola dall’Italia, precisamente da Milano. Cosa che non sapevo vendessero (probabilmente proprio in quanto milanese), ovvero: una pietra di marmo del Duomo.
[Tralasciamo qui possibili commenti sulla scelta del regalo]
Ad un certo punto la studentessa mi fa una domanda che mi lascia un po’ perplessa, ma a cui al momento non do molto peso. Mi chiede – indicandomi una foto del duomo di Milano – come si dice se non si parla di “una pietra”, ma di “più di una pietra” e io, pensando che il problema fosse grammaticale, le rispondo “le pietre”, dato che ripassavamo la formazione del plurale. Ma lei insiste chiedendomi spiegazioni e mostrandomi la foto e a quel punto io, non comprendendo bene cosa mi stesse chiedendo, le rispondo che in quel caso il gruppo di pietre diventa il Duomo.
Qualche giorno fa, però, leggendo “Il tao e Aristotele. Perché asiatici e occidentali pensano in modo diverso” di R. E. Nisbett mi imbatto in questo passaggio:
[…] gli occidentali e gli asiatici vedono, alla lettera, dei mondi diversi; […] gli occidentali moderni percepiscono un mondo di oggetti: cose separate e distinte; e […] gli asiatici moderni sono inclini a vedere un mondo di sostanze: masse continue e di materia. Gli occidentali vedono una statua e gli orientali un pezzo di marmo; gli occidentali vedono un muro e gli orientali il cemento.
Se questo è vero, chissà cosa aveva visto e avrebbe voluto chiedermi la mia studentessa.